di Charlie Minter - 12/02/2010
La crisi della Grecia è solo un sintomo di una problematica del debito a livello globale, emersa per la prima volta ad agosto 2006 con i primi scricchiolii sui mutui subprime, la cui importanza non è stata riconosciuta se non tardivamente; ciononostante, quel fenomeno è stato l’avvio di una serie di crisi finanziarie ed economiche che continuano tuttora. Il problema ora si è spostato sul fronte degli stati sovrani, e naturalmente quelli più deboli (prima Dubai, ora Grecia) sono interessati prima degli altri. Seguiranno Portogallo e Spagna, e poi forse Italia e Regno Unito. Non si tratta di un problema localizzato, ma di una crisi generalizzata.
Oltre ad alcune difficoltà a livello di bilancio, gli stati membri dell’Unione Europea lamentano altri problemi per i quali non vi è soluzione. Il governo greco può approvare alcune rigorose misure fiscali, può dichiarare fallimento, essere “salvato” dalla UE o abbandonare l’euro. Ognuna di queste decisioni comporta delle ripercussioni: una manovra di bilancio avrebbe effetti recessivi se non depressivi; uno stato di solito compensa questi effetti collaterali con la politica monetaria o svalutando la moneta, ma ciò non è possibile per la Grecia in quanto membro della UE. Un default avrebbe conseguenza per il sistema bancario europeo, impegnato significativamente nella penisola ellenica. Un salvataggio da parte degli organismi comunitari sposterebbe il problema verso altri stati, che chiederebbero un analogo trattamento, e mentre Grecia o magari Portogallo sono piccole economie, organizzare il salvataggio di una Spagna sarebbe insostenibile. E abbandonare l’unione alla fine cagionerebbe la disgregazione della medesima.
Oltretutto, il debito pubblico greco è solo di poco superiore in termini relativi a quello di altri paesi, come il Portogallo, la Spagna, l’Italia, l’Irlanda, la Gran Bretagna, il Giappone e anche gli Stati Uniti. A livello globale le attività finanziarie e reali sono salite durante il boom, supportate da un debito crescente. Ora gli asset sono diminuiti di valore, ma il debito rimane e non c’è reddito sufficiente per onorarne il servizio.
Gli Stati Uniti in particolare vantano un debito federale che entro due anni raggiungerà il 100% del PIL. Il Congressional Budget Office stima enormi deficit per i prossimi dieci anni, e ciò non include il debito delle GSE e i problemi a livello di singoli stati. Il debito oltretutto solleva timori di default con conseguente aumento dei tassi di interesse. Fino ad ora i tassi sono stati contenuti dalla Fed con le sue operazioni sui Treasuries e sui mortgage-backed securities (MBS); tuttavia, questo piano cesserà a marzo, e la Cina, che fino ad ora ha comprato attivamente titoli di Stato USA, ha ridotto sensibilmente gli acquisti.
Gli investitori commetterebbero un grosso sbaglio nell’assumere che la Grecia sia troppo piccola per generare seri problemi, e che pertanto il resto del mondo sia isolato dalle turbolenze. La Grecia sta al debito sovrano come i mutui subprime stavano al debito privato. La Grecia può rappresentare l’inizio di uno tsunami che minaccia l’intera economia globale. Gli investitori ne prendano atto.