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Macro > Usa
Problema serio, soluzione elusiva (I Parte)
di Charlie Minter - 01/04/2011

Il gigantesco debito pubblico americano di cui discutiamo da anni è ormai ampiamente noto al pubblico: sia quello degli investitori, sia quello indistinto. Per fare un esempio, Gregg Fleming, capo di Morgan Stanley, ha dichiarato alla CNBC che il debito totale americano (incluso quello pubblico, quello delle famiglie, quello delle imprese e quello delle banche) è cresciuto di 40 trilioni di dollari dal 1984, passando da 11 a 52.4 trilioni. E ha ammesso che la ripresa fiacca che stiamo vivendo è il risultato del tentativo in atto di smantellare questo debito. Peraltro, non ha accennato agli impegni del governo nel settore della sanità e della previdenza, che ulteriori spese da finanziare in deficit comporterebbero: considerando anche esse, il debito salirebbe ad oltre 150 trilioni ($150.000.000.000.000).
Quello che Fleming ha implicato, senza affermare esplicitamente, è che il lato privato di questo debito deve essere liquidato o non onorato prima che una ripresa sostenibile abbia luogo. C’è da essere grati che questa problematica sia ormai diventata di dominio pubblico; quello che però manca è un’intesa sul da farsi. Per ora i massicci stimoli fiscali e monetari hanno in parte compensato il calo della spesa per consumi, ma ciò non può continuare all’infinito, con il debito federale che ha raggiunto livelli di guardia: se la spesa pubblica fosse tagliata sostanzialmente, con l’economia ancora debole, una recessione diventerebbe inevitabile. Il dilemma genera serie divisioni fra i due partiti e nell’opinione pubblica.
Sebbene molti ritengano che usciremo da questa crisi con la crescita, non pochi iniziano ad avere un’idea di quanto denaro occorra per risolvere i problemi, e iniziano a pensare che ciò porterà all’inflazione, se non all’iper-inflazione. I primi naturalmente sono gli stessi che negli ultimi due anni sono stati bullish sul mercato azionario. Anche gli “inflazionisti” per buona parte ritengono che i consistenti stimoli monetari e fiscali spingeranno le quotazioni verso l’alto, sebbene in misura inferiore al calo del dollaro.
Come i lettori più anziani ben sanno, la nostra visione è che l’enorme debito esistente non genererà inflazione, ma al contrario deflazione. Se così sarà, il mercato sarà destinato a cedere e neanche poco, con l’economia che cadrà in double dip o comunque in una fase di crescita stagnante. Due sono i motivi per cui propendiamo in tal senso: anzitutto, la massiccia crescita della base monetaria indotta dalla QE e dalla QE2 non ha generato una analoga crescita della moneta in circolazione, a causa del crollo del moltiplicatore. In secondo luogo, la crescita della moneta che in qualche misura si è generato non ha comportato un equivalente crescita dell’economia, in virtù del calo della velocità di circolazione.
Senza contare che le politiche fiscali lassiste non possono generare la spesa richiesta affinché l’offerta di moneta cresca al punto tal da spingere l’economia e l’inflazione verso l’alto. La velocità della moneta è influenzata anche dai tassi di interesse: quando i tassi sono bassi, la gente preferisce conservare la liquidità; quando i tassi sono alti o crescenti, la gente impiega la liquidità in forme di investimento remunerative. I bassi tassi di interesse correnti hanno provocato una “trappola della liquidità”: la stessa in cui si trova il Giappone ormai da 21 anni.


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