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Macro > Usa
In USA l'offerta di moneta sostiene il PIL
di Gaetano Evangelista - 22/06/2011

La Banca Centrale Europea è alle prese con un serio problema di liquidità di cui è diretta responsabile: l'offerta di moneta "M1" è cresciuta negli ultimi dodici mesi di meno del 2%. Una crescita gracile, che nel passato ha anticipato recessioni o al meglio stagnazione nella variazione del PIL.
Gli Stati Uniti non sembrano lamentare un problema simile: negli ultimi dodici mesi M1 è cresciuta in USA del 13.4%, grazie naturalmente all'impatto sugli aggregati monetari del Quantitative Easing (malgrado il crollo del moltiplicatore monetario).

Offerta di moneta M1: variazione a tre, sei e dodici mesi

Il grafico permette di apprezzare come l'offerta di moneta negli Stati Uniti sia cresciuta sia ultimi dodici mesi (rosso scuro), ma anche negli ultimi sei (rosso) e tre mesi (arancio). Questo è importante perché ancora una volta una crescita insufficiente dell'offerta di moneta provoca una contrazione del PIL.
Secondo la "Teoria quantitativa della moneta", infatti:

M*V = P*Q

Vale a dire, il prodotto annuo reale (Q), valorizzato ai prezzi di mercato (P), è uguale alla moneta in circolazione (M) per la velocità di circolazione della medesima.
Ne consegue che se i prezzi per esempio crescono del 2%, una crescita reale del 3% impone che la parte di destra dell'equazione debba crescere del 5%. In ipotesi di costanza della velocità di circolazione, "M" deve crescere del 5% per sostenere un ritmo di crescita reale del 3% del PIL. Una crescita dell'offerta di moneta inferiore provoca o una riduzione del PIL, o un calo dei prezzi al consumo, o una combinazione di entrambi gli elementi. Questo, nel caso in cui "V" non cali, come accade sovente in periodi di crescita stagnante come quelli degli ultimi anni.
Naturalmente, a fronte di un'inflazione annuale del 3%, bisogna espandere la moneta del 6% annuo se si vuole conseguire una crescita reale del 3%; in ipotesi di costanza della velocità di circolazione della moneta.


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