di Alvin A. River - 23/06/2011
Non ha sorpreso nessuno la mossa di ieri della Federal Reserve, che ha lasciato invariati i tassi di interesse ufficiali, toccati l'ultima volta a dicembre di tre anni fa. Gli operatori non si aspettano manovre restrittive su questo fronte prima del 2012. Ciò lascerà immutata una politica monetaria decisamente espansiva, con il tasso di intervento della banca centrale americana ben al di sotto del tasso di crescita nominale dell'economia.
Questo stimolo monetario peraltro non è concesso soltanto da Bernanke: in tutto il mondo industrializzato, ma anche in buona parte dei paesi emergenti, il confronto fra tasso di sconto e variazione annuale del PIL mostra un gap a favore della seconda. La regola base infatti prevede che il tasso di intervento della politica monetaria sia pari al tasso di crescita reale del PIL, più l'inflazione prevista.

Come si può notare, questa regola è più che rispettata in una manciata di stati: Canada, Svizzera e Messico.
Nei restanti stati la politica monetaria è assolutamente accomodante. A vantaggio della redditività delle banche, delle imprese non finanziarie e in generale dell'economia.
Ciò implica evidentemente la possibilità teorica di aumentare a più riprese i tassi di interesse, prima che la politica monetaria rappresenti un freno per la ripresa economica. Questo, in linea teorica, e prescindendo da considerazioni legate alla ritrovata stabilità del sistema finanziario, ad un tasso di disoccupazione inaccettabilmente elevato, a fronte dell'assenza di temibili pressioni inflazionistiche; ed infine ad un evidente scostamento negativo fra crescita conseguita e crescita potenziale.