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Macro > Usa
Niente conta fino a quando conta
di Charlie Minter - 08/07/2011

Ancora una volta, come ad inizio 2000 e a fine 2007, il mercato ignora l’impatto negativo delle condizioni economiche interne e internazionali. Mentre la questione del tetto del debito sarà probabilmente risolta su minaccia di un default potenziale, non bisogna lasciarsi andare ad un’interpretazione ottimistica di tale circostanza. Il punto è che a prescindere dai dettagli, ciò comporterà un restringimento fiscale, e dunque sarà negativo per la crescita economica. Dal momento che ciò avverrà congiuntamente alla fine del QE2, che ha immesso nell’economia ogni giorno mediamente 3.8 miliardi di dollari in sette mesi e mezzo, è evidente che la politica monetaria e quella fiscale saranno restrittive nel prossimo futuro.
Il problema è che la crisi del credito ci ha lasciato in eredità seri problemi di crescita economica e di indebitamento. Questi problemi vanno al di là dei fattori di disturbo introdotti temporaneamente dall’aumento delle quotazioni del petrolio e dal blocco della produzione cagionato da terremoto in Giappone. Significativo il taglio delle stime di crescita operato dalla Fed per il 2011 e anche per il 2012: evidentemente al di là dei fattori transitori c’è dell’altro.
Mentre la riduzione del deficit federale è auspicabile, l’economia probabilmente crescerà ancora ad un ritmo inferiore alla media, anche se magari alla fine eviteremo la recessione. Il freno alla crescita perverrà ancora dal settore immobiliare, dall’occupazione, dalla spesa per consumi e dalle persistenti difficoltà di accedere al credito. Ci sono ancora 2-2.5 milioni di case invendute che eserciteranno pressioni sulle quotazioni immobiliari. E il 23% di tutte le abitazioni hanno un mutuo superiore al valore dell’immobile.
Per quanto riguarda l’occupazione, sebbene il dato ufficiale si collochi al 9.1%, il BLS stima un tasso omnicomprensivo del 16%. La creazione di buste paga dovrebbe collocarsi ben oltre le 125.000 unità mensili per far scendere significativamente questo dato nel tempo.
Anche la spesa per consumi è probabile che resti tiepida per diverso tempo. Le famiglie sono costrette a limitare la spesa per accumulare risparmio e ripagare i debiti. Il processo richiederà ancora parecchio tempo. Sebbene il rapporto fra debito e reddito disponibile sia sceso dal 130% del 2007 all’attuale 115%, dal 1975 al 2000 in media si è attestato al 75%.
Anche l’economia globale sta perdendo colpi. La crescita sta rallentando in Germania e in Francia, mentre i paesi periferici dell’area Euro sono ancora sotto pressione. I rendimenti a 10 anni sono schizzati in Irlanda e in Italia, indicando che la UE non è riuscita a guadagnare tempo. Il Giappone è in recessione mentre altri paesi emergenti stanno restringendo la politica monetaria per combattere l’inflazione.
Anche il rincaro delle fonti energetiche potrebbe rivelarsi non transitorio come alcuni assumono. Secondo alcuni la “primavera araba” cederà il posto ad una lunga “estate calda”: un modo per dire che la regione sarà molto più instabile del passato, e ciò minaccerebbe il permanere delle quotazioni del petrolio su livelli elevati.
Al pari del 2000 e del 2007, il mercato azionario continua ad ignorare questi sviluppi. In un mondo che cambia di minuto in minuto, niente conta fino a quando ad un certo punto conta.


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