di Charlie Minter - 22/07/2011
Dal momento che sia la Camera di Commercio che Wall Street premono sui leader politici affinché sollevino il tetto del debito, evitando il default degli Stati Uniti, è probabile – ma non certo – che ciò possa effettivamente avvenire. Si realizza che questo scenario sarebbe un disastro globale, e ieri lo speaker della Camera ha riconosciuto di poter convincere un certo numero di repubblicani a votare per un compromesso. Tuttavia, per come stanno andando le cose, può anche essere che l’accordo per sollevare il limite includa la previsione di significativi tagli alla spesa che impatterebbero ulteriormente su una già debole ripresa.
Per capire il reale stato dell’economia dobbiamo ribadire il motivo principale per cui la ripresa appare fiacca: l’incapacità delle famiglie di spendere, dal momento che si sta accantonando risparmio per rimborsare i debiti, dopo decenni di ricorso sfrenato al credito al consumo. Diverse volte abbiamo commentato come gli indicatori macro più importanti abbiano manifestato i più pesanti ribassi e i più timidi recuperi post-bellici. Un interessante articolo sul New York Times spiega la natura della crisi in termini di spesa per consumi discrezionale, cioè al netto di alimentari, casa e salute.
Secondo questo articolo la spesa per consumi non è mai scesa più del 3% pro-capite in nessuna delle recessioni degli ultimi cinquant’anni; oggi è a -7%. A titolo di esempio il settore auto, anche in quest’anno di ripresa, appare in flessione del 28% in termini di veicoli venduti rispetto a dieci anni fa; quando l’economia era peraltro in recessione. L’articolo conferma il nostro assunto secondo cui le imprese non assumono per il ristagno della domanda, con le famiglie che stanno affrontando una perdita di ricchezza senza precedenti. Dal 1980 la spesa ha superato costantemente il reddito in termini di crescita annuale, e ciò è andato a discapito del risparmio e grazie ad un aumento dell’indebitamento di vario tipo. Ora che questi puntelli sono venuti meno le famiglie sono costrette a spendere di meno.
La debole ripresa economica è stata sostenuta dai più massicci stimoli governativi della storia. Ma questa ripresa è comunque venuta meno nella prima metà dell’anno, nonostante il QE2 e ulteriori stimoli. Ora il QE2 è terminato e gli stimoli stanno progressivamente cessando.
Ciò ci riporta al problema del tipo di riduzione del deficit che sarà concordata come contropartita dell’aumento del tetto del debito. Sembra che il punto di partenza sia la proposta della “gang dei sei”, che includerebbe circa 3000 miliardi di riduzione di spesa, unitamente ad una riforma fiscale che produrrà mille miliardi di nuove e maggiori entrate.
Il problema è che queste misure comporteranno ulteriori sacrifici per l’economia, già debole senza questo accordo. La storia insegna che ulteriori tagli alle spese e aumenti delle entrate portano ad una crescita nulla se non ad una recessione: basti pensare a cosa occorso nel 1937, quando l’aumento delle imposte provocò una recessione a partire dall’anno successivo.
Il mercato azionario sembra salutare ogni accordo che comporti l’aumento del tetto del debito e che eviti un default, ma questo ottimismo potrebbe rivelarsi di breve durata, con l’economia che soccombe ai tagli fiscali. E’ una conclusione basata sull’evidenza storica, non sull’ideologia politica o su una teoria economica.